Monti Amerini

Il Lamento del Carbonaio, il canto in ottava rima che racconta la povertà

Il Lamento del Carbonaio

La pratica antichissima della “cottura” del carbone sui Monti Amerini è ormai un’attività quasi totalmente scomparsa, ma in passato i carbonai erano una presenza abituale nei nostri boschi. Durante i nostri trekking ci capita di vedere moltissimi stazzi con i resti delle carbonaie, e a volte ancora si trova un pò di carbone.
Abbiamo pubblicato 4 interessanti articoli sulla cottura del carbone, il testo è stato tratto da: “Le voci della memoria. Viaggio da Amelia a Baschi tra parole e cose di ieri” per gentile autorizzazione dell’autrice Sabrina Zappetta.
La pubblicazione rappresenta una raccolta di testimonianze orali e una attenta ricostruzione della vita dei carbonai e dalla produzione del carbone che nei nostri Monti Amerini hanno rappresentato un’importante risorsa economica. Molto spesso i carbonai erano gruppi di persone e famiglie che si spostavano dalle zone più povere dell’appennino tosco emiliano oppure dal nord Italia, provenivano sia dal Veneto che da l’Emilia Romagna che dalla Maremma Toscana.

Il Lamento del carbonaio, attribuzione e diffusione dell’ottava rima
Ci sono varie versioni del famoso e interessante Lamento del carbonaio in ottava rima, tramandato oralmente nell’Appennino pistoiese e in Maremma.

Questo canto, di cui la memoria viva non si è ancora spenta, ha conosciuto una diffusione notevole.

Citato anche dal cantautore Francesco Guccini nel suo libro “Dizionario delle cose perdute”, è quasi certo che ci sia per questa composizione un autore unico.

Infatti il canto, di cui si conoscono diverse versioni spesso incomplete e frammentarie, non sembra poter risalire molto prima degli anni Venti, rimane sempre molto omogeneo nel suo contenuto e nelle rime malgrado le numerose varianti e alterazioni.


Sembra che dare il proprio nome alla fine del canto non significasse dichiararsi l’autore dei versi, ma semplicemente avesse il valore della performance cantata (forse, ogni cantante può legittimamente attribuirsi il canto in quanto è lui stesso carbonaio e che il poema – di cui non pretende essere l’autore – descrive con la più grande esattezza la sua propria vita).

Il canto, che sicuramente era imparato a memoria dai carbonai ed era molto conosciuto, esprimeva con forza una vera e propria coscienza sociale, dipingendo con grande precisione la durezza della vita del carbonaio e del tagliatore, costretti a spendere fino ad otto mesi all’anno nei boschi (come vien detto appunto nel canto), spesso lontanissimi da casa loro e dai centri abitati, dormendo nelle loro capanne stagionali, non mangiando pane quasi mai, soffrendo tutte le intemperie e questo per stipendi bassissimi.

Si ricorda ad esempio la tragedia dei 12 boscaioli morti di freddo nell’autunno del 1926 a Piandelagotti, Modena, oppure la terribile tragedia in cui carbonai in trasferta in Corsica morirono schiacciati e assiderati nella loro baracca, da due enormi larici divelti dalla tormenta di neve.

Come si sa bene, i carbonai del pistoiese, e in generale dell’appennino tosco emiliano, hanno viaggiato molto, non solo per i loro spostamenti stagionali in Sardegna, Corsica, Calabria, ma tanti si sono anche trasferiti all’estero come in Francia e Africa, dagli anni venti in poi sia per lavorare nelle miniere di carbone che per esercitare il loro mestiere di carbonaio. Portando il lamento con loro.

Versione di Carpineta (Jacopo Lorenzi)

1

Io canterò la vita strapazzata

di chi alla macchia va per lavorare.

Vita tremenda, vita tribolata,

chi non la prova non può  immaginare.

Credo all’inferno, un’anima dannata

non possa così  tanto tribolare,

nè possa avere tanto spasimo e dolore,

quanto ne ha un carbonaio e un tagliatore.

 

2

Parte da casa tutto lieto in cuore,

unito, insieme a diversi compagni,

lascia la moglie immersa nel dolore,

e i figli scalzi e nudi come ragni,

dicendogli, se giova il mio sudore,

la speranza è di far buoni guadagni;

soccorso vi darò, poi, lo vedrete,

comprerete vestiti e mangerete.

 

3

Le speranze son buone e m’intendete,

perchè i padroni fan buone promissioni,

van dappertutto, come ben sapete,

secondo le loro combinazioni.

In Corsica, in Sardegna e fino in Lete

andrebbero a favore dei padroni,

con la speranza di far maggior fortuna,

anderebbero anche nel regno della luna.

 

4

Giunto a destinazione ognun s’aduna

e prendon la consegna del lavoro,

se incontran la foresta folta e bruna,

gli sembra d’aver trovato un gran tesoro.

Poi nel centro di questa, o in parte alcuna,

vi forman una capanna per sua dimora,

la fabbrican di legno, terra e sassi,

che assomiglia al ricovero dei tassi.

5

La porta fan di rami e d’altri attrassi,

fanno un letto di rami del più fino;

bisogna otto mesi collocarsi

e nutrirsi del cibo più meschino:

polenta e cacio non si diventa grassi,

per risparmiar se ne mangia anche pochino

e dormir duro sotto quelle zolle

col capo in terra come le cipolle.

6

Lavora all’aria cruda e all’aria molle,

che nevichi, subissi o tiri vento,

perchè quella speranza in cor gli bolle,

di poter guadagnare molto oro e argento.

Lavora giorno e notte a mente folle,

non curando fatica nè lo stento,

non curando procelle nè tempesta,

lavorar sempre, non si fa mai festa.

 

7

Poi degli insetti il fastidio lo molesta,

chè in otto mesi non si spoglia mai,

riposa, non si copre mai la testa,

dormendo teme di trovarsi nei guai,

chè tiene il fuoco acceso là in foresta,

andare e venire tutto un via vai,

fra visita, il lavoro e le cacciate,

passa senza dormir molte nottate.

 

8

Le fatiche e lo strappazzo or son narrate,

or ci son l’ingiurie e l’angherie

che ai poveretti gli vengono usate,

dai superiori, quelle ingrate arpie.

Se un altro momentino mi ascoltate,

vi dirò tutto senza dir bugie,

che con ingiuste maniere siam trattati,

ma dei padroni son peggio l’impiegati.

 

9

Non si ricordan più quegli affamati

quand’eran come noi, del pari eguale,

ore che a mangiar pan si son trovati,

son quelli che ci fanno tanto male.

Sfruttan le fatiche ai disgraziati,

senza averne un rimorso coscenziale,

ministri, capimacchia e dispensieri,

son quelli che ci mettono i pensieri.

 

10

Scusate questi versi troppo alteri,

non voglio dir che tutti sono troppo uguali,

molti ci son che fanno i suoi doveri,

ma i più son quelli che tarpan le ali.

Lo posso dire anch’io, fo quel mestiere,

ci ho ricevuto azioni d’animali;

dal capomacchia si può principiare,

da quando il prezzo ce lo venne a fare.

 

11

Ma prima di venirvi a compilare

molte cose future vi rammenta

vi fa conoscere col suo chiacchierare,

di aver la buona mano egli pure tenta.

Col dire che vi fa molto guadagnare,

a chi vuol venticinque o trenta,

quando ne ha fatto il portafoglio pieno,

li mette in tasca e vi dà la meno.

 

12

Torniamo a dire che sopra quel terreno,

a un tanto a soma vi fa lavorare,

ci volesse due lire non di meno

uno e ottanta ve lo fa bastare.

Senza rimorso di coscienza  in seno,

chè poco prima vi venne a spolpare,

poi hanno un bel dire: “Se tu lavorerai,

il tuo guadagno, tu ce lo farai!”.

13

“Finora senza prezzo lavorai”,

rispose finalmente il poveretto,

“benché sia poco quello che mi dai,

a terminare il lavoro son costretto.

Vedrò se tanto ingrato tu sarai,

se la coscienza ti risente in petto

se quando ho lavorato qui otto mesi,

tu mi rimandi a casa per le spese”.

 

14

A dirvi il tutto l’impegno mi presi,

ora vi parlerò dei dispensieri:

loro che stanno sempre a libri tesi,

non fan che aggiungere cifre e zeri.

Tengon di frodo le misure e i pesi

per non dar a chi spetti i lor doveri;

in faccia glielo dico e non mi spavento

danno i più giusti l’ottanta per cento.

 

15

Un’altra cosa poi ch’io mi rammento,

del lavoro che ci hanno consegnato:

levan di tara il quindici per cento,

e dopo vi è un rinsacco smisurato.

Quello lo fan secondo il suo talento,

non si accontentan di quel che ti hanno fatto,

fra somelle, rinsacco, e fa ribrezzo,

credete in Dio, che ve lo ruban mezzo.

 

16

Vi danno il formentone a caro prezzo

cinquanta franchi, si paga il quintale,

e oltre che ribollito, sa di lezzo,

sarebbe roba da darsi al maiale.

Bisogna tacer, non c’è via di mezzo,

tanto, se reclamate, non vi vale,

se da qualcuno poi sarete ascoltati,

passate da ignoranti e da sfacciati.

 

17

E quando ai conti poi siamo arrivati,

là c’è un  ministro che ve li sistema.

ti presenta i biglietti sigillati,

par che aprirli a lui molto gli prema.

Quando li  ha letti e bene esaminati,

quello che è di troppo ve lo scema,

tutto a utile suo, le somme tira,

poi legge i conti e il povero sospira.

 

18

Con atto di sorpresa l’occhio gira,

scusi, signor padrone, avrà sbagliato?

Quell’infame risponde pieno d’ira:

“Va’ via, gli è troppo quello che t’ho dato”.

L’infame lo maltratta e poi s’adira:

“Va’ via poltrone, non hai lavorato,

se più tu stavi attento e lavoravi,

è certo che di più tu guadagnavi”.

 

19

Essere stati là otto mesi schiavi,

sentite poi come taglian la giuba,

di centonovantanove tutti bravi,

che fan proprio a picca chi più ruba.

Lo caccian fuori e poi giran le chiavi,

il meschino si dole e si conturba,

che torna a casa stramandato e scosso,

con pochi soldi e con la febbre addosso.

 

20

Cose che fan rabbrividire l’osso,

pensando ai casi di uno sventurato,

son tutte vere, ed io provar lo posso,

perché più volte mi ci son tovato.

A scriver, questa compassion mi ha mosso,

benchè a comporla non ci sia portato,

chiudo il tema e depongo il calamaro,

e son Jacopo Lorenzi carbonaro.

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