Monti Amerini

Antichi mestieri sui Monti Amerini: la cottura del carbone (3/4)

Antichi mestieri sui Monti Amerini: la cottura del carbone (3/4)

L’accensione della carbonaia e la cottura del carbone
A questo punto si doveva verificare che il camino fosse del tutto sgombro ed in caso contrario si eliminava immediatamente l’ostruzione. Se infatti al suo interno ci fosse stato qualche pezzo sporgente, questo avrebbe impedito il passaggio della legna che, nelle successive fasi, vi si doveva gettare dentro. Il tempo necessario per costruire una carbonaia variava in base alla quantità di legna da collocare e al numero di persone da cui era composta una squadra. Ultimate tutte queste operazioni la carbonaia appariva come un’ordinata e regolare catasta di legna di forma semisferica, con in cima un’apertura che costituiva la parte terminale del camino e veniva comunemente chiamata bbócca, a sottolineare che da lì tutta quella struttura sarebbe stata alimentata, quasi fosse un organismo vivente.

Prima di dare inizio a questa fase c’era, però, un altro fondamentale passaggio da compiere: la copertura della carbonaia, che aveva lo scopo di mantenere la legna pressoché isolata dal contatto con l’aria.
Per effettuare la copertura, si rivestita innanzi tutto la base della carbonaia di foglie, paglia o vegetazione verde fino ad un’altezza di circa mezzo metro.

Quindi, utilizzando una grossa zappa si estraevano, da un terreno nei dintorni, delle zolle erbose che venivano trasportate sulla piazza e collocate tutt’intorno alla base, con la parte erbosa rivolta verso l’interno. Le zolle venivano sistemate in modo che fossero ben aderenti le une alle altre, formando una specie di muretto (carzòlo, carżòlo), che aveva la funzione di sostenere la copertura della parte superiore della carbonaia. Quando non era possibile procurarsi le zolle erbose, il carzòlo veniva realizzato rivestendo la base con le foglie e collocandovi poi sopra alcune file di sassi. Terminato il carzòlo, si passava alla parte superiore, che veniva completamente ricoperta di foglie o di altro materiale idoneo (AM: se facéa ll’infojja-dura).

Il carbonaio ricopre la carbonaia

Il carbonaio ricopre la carbonaia

Questo strato aveva lo scopo di impedire alla terra, che poi vi sarebbe stata collocata sopra, di penetrare tra la legna (PE: se rastellàvano le fòjje e sse mettéano addòsso a la légna pe num mannà ddéntro la tèrra), provocandone una carbonizzazione imperfetta ed incompleta (AM: se éndra la tèrra ce rimane ’l légno… che ’l fòco nu lo còce bbène).
Infine si avvolgeva tutta la superficie con uno strato omogeneo di terra (AT: s’ammandava tutta la carbonara co la tèrra), il cui spessore poteva oscillare, da una carbonaia all’altra, tra i dieci ed i venti centimetri, secondo le abitudini dei carbonai.
Per tale operazione era consigliabile utilizzare la terra nera della piazza, ovvero quella già adoperata nella preparazione di carbonaie precedenti. Essa era infatti particolarmente adatta a questo scopo, poiché le sue caratteristiche di materiale fine ed incoerente limitavano la formazione di crepe, fessure o cavità interne, che potevano risultare molto pericolose in quanto provocavano un’aerazione eccessiva all’interno della carbonaia.
L’accensione, di solito, avveniva di mattina, in modo che si avesse a disposizione l’intera giornata per far avviare bene la combustione (PE: p’accènne se scijjìano de li orari…normalménte se focava de mattina).

Il carbonaio controlla la carbonaia

Il carbonaio controlla la carbonaia

Per accendere la carbonaia (accènne, focà) si poteva procedere secondo due diversi sistemi. Alcuni collocavano sulla bocca un po’ di legna minuta, formando una specie di grata e vi sistemavano sopra dei rametti frondosi o altro materiale facilmente infiammabile. Quindi accendevano il fuoco, aggiungendo via via altra legna per alimentarlo. Pian piano la combustione si estendeva allo strato appoggiato sulla bocca, che a quel punto cedeva, precipitando nel vuoto centrale (PE: se pijjàano dei légni e sse mettéono sópra la bbuca, se facéa uno strato paro paro e ppòi ce s’accennéa ’l fòco sópra…col tiro de déntro ardéva ch’èra ’na bbellézza…cunzumava la légna e annava ggiù). Per essere sicuri che questo materiale arrivasse completamente in fondo si andava in cima alla carbonaia e muniti di un lungo palo si cercava di far cadere la legna rimasta sospesa o incastrata.

Appena il fuoco era stato messo nel camino bisognava praticare un cerchio di fori (bbuchi, šfiatatójji, fumajjòli) attorno alla base della carbonaia, proprio sopra il livello del terreno. Queste piccole perforazioni, realizzate con un paletto appuntito o con il manico della pala, dovevano essere fatte ad una distanza regolare, che poteva oscillare tra mezzo metro ed un metro circa. Per impedire che i fori si richiudessero, alcuni mettevano tre sassi intorno al punto in cui veniva effettuato il buco, in modo che la terra non penetrasse all’interno (AM: se méttano tré ssassi indórno…sinnò la tèrra éndra e ’l bugo nu rrègge e la carbonara nun fuma).

Il carbonaio si assicura che la brace e la legna introdotte nel camino arrivino fino in fondo

Il carbonaio pratica i fori nella carbonaia

I fori avevano una funzione fondamentale in quanto assicuravano il limitato afflusso di ossigeno indispensabile alla combustione della legna con la quale veniva alimentata la carbonaia dopo l’accensione ed inoltre consentivano la fuoriuscita del liquido catramoso, delle sostanze volatili e dei gas prodotti durante la carbonizzazione.
Non appena il fuoco era stato introdotto nel camino vi si gettavano dentro dei pezzi di legna lunghi circa venti centimetri (mózzi, tàcculi) che, a contatto con la brace sottostante, iniziavano a bruciare. Per far avviare bene la combustione la legna veniva introdotta poca alla volta, in modo che il fuoco non venisse soffocato.
Nel versare i mózzi nel camino poteva succedere che qualcuno rimanesse impigliato per traverso, impedendo la caduta di quelli successivi. Bisognava allora prendere di nuovo il palo e liberare immediatamente il condotto dall’ostruzione (GU: tòcca dajje col palo e bbuttà ggiù i mózzi).

In genere si costruiva una scala di un metro e mezzo circa e poi la si allungava di volta in volta in base all’altezza della carbonaia. A tal fine si collocavano due sassi in corrispondenza dei bastoni verticali e vi si appoggiava sopra un pezzo di legno in senso orizzontale, formando una specie di gradini fino all’altezza desiderata (AM: p’allungalla s’appoggiàvano su la carbonara ddu sassi e ’m pèzzo de légno sópra, ppò aldri ddu sassi e ’n aldro pèzzo de légno…e ssu!).
Osservare la carbonaia in funzione era un vero spettacolo: all’inizio cominciava ad uscire una colonna di fumo dalla bocca (la carbonara fumava; PE: vinìa su ’na colònna de fume dritto) e ad un primo impatto visivo sembrava quasi di ammirare un piccolo vulcano nel pieno della sua attività. Subito dopo, il fumo cominciava ad uscire dai fori praticati alla base, aumentando via via d’intensità, finché tutta la piazza ne era invasa e la carbonaia sembrava completamente immersa nella nebbia.
Ma non c’era il tempo per ammirare a lungo tale spettacolo perché il lavoro richiedeva, a questo punto, un’attenzione ed una vigilanza pressoché costanti.

Appena la combustione della legna gettata nel camino era ben avviata si riempiva completamente, con altri mózzi, il condotto centrale (PE: se mettéano ’sti mózzi fino a cche nun èra pièna), quindi si chiudeva la bocca. L’intervallo di tempo tra l’accensione e la chiusura del camino variava notevolmente a seconda che i mózzi fossero ricavati da legna verde o secca e, di certo, anche in base alle dimensioni della carbonaia. Nella migliore delle ipotesi potevano essere sufficienti circa trenta minuti, ma a volte erano necessarie alcune ore. Per chiudere la bocca non si faceva altro che appoggiarvi sopra una zolla, che veniva ulteriormente coperta con della terra fine (PE: se mettéa la żżòlla, ppò la tèrra fina). Se, però, l’apertura era molto grossa e una sola zolla non era sufficiente a chiuderla, allora si collocavano sopra alla bocca dei pezzi di legno sui quali si metteva uno strato di foglie, coprendo poi il tutto con la terra (AM: ce se méttano le légna pe tturà bbuco e ppò sópra le bbrollazze e ppò la tèrra).

Carbonaia accesa sui Monti Amerini

A questo punto i carbonai, fedeli ad un’antica tradizione, facevano una croce sulla sommità della carbonaia, premendo il manico della pala sulla terra che copriva la bocca (PE: se pijjava ’l manico de la pala e sse facéa la cróce su ccima).
I carbonai speravano con tale gesto, spesso accompagnato da preghiere o formule propiziatorie, di favorire il buon esito della carbonizzazione, proteggendo la carbonaia dagli influssi negativi. A quei tempi, infatti, molti credevano all’esi-stenza del malòcchjo e ritenevano che ci fossero delle persone malevole in grado, con un semplice sguardo, perfino di far esplodere e bruciare completamente le carbonaie (LU: ce stava qualcuno che cc’avéa ll’òcchjo cattivo).

Dopo la chiusura della bocca si lasciava che la combustione continuasse per cinque o sei ore, poi si alimentava di nuovo la carbonaia (se rimboccava, se ’mboccava, se guernava). Si doveva allora riaprire il camino spostando con la pala la terra di copertura (AM: se šcuprìa co la pala e la tèrra la mannavi ggiù ppe le còšte de la carbonara) e sollevando poi la zolla o la legna che era stata appoggiata sulla bocca. Quindi si versavano all’interno i mózzi ed infine si richiudeva il camino con le modalità già descritte.

All’inizio si doveva ripetere tutto ciò due o tre volte al giorno (MO: passïàmo a ’mboccalle tré vvòlte al giórno…la matina, a mmeżżoggiórno e a la séra; PE: ógni levata del zóle gròsso mòdo e ógni calata de sóle toccava guernalle). Il terzo intervento si rendeva necessario soprattutto quando tirava il vento, che faceva procedere più velocemente la combustione (AM: se ddurande ’l giórno tirava ’l vèndo che ccunżumava, allóra toccava riaprilla e mmétte ggiù le légna). Naturalmente tra un rifornimento e l’altro bisognava preparare una quantità sufficiente di mózzi, facendo attenzione che ve ne fosse sempre una scorta per far fronte ad eventuali imprevisti.

Il periodo di tempo in cui bisognava rimboccà la carbonaia variava in base alle dimensioni di quest’ultima, ma in media era di due o tre giorni, dopodiché la bocca del camino veniva chiusa definitivamente.
Le carbonaie in funzione richiedevano una sorveglianza assidua e scrupolosa. Ad intervalli regolari e piuttosto ravvicinati, perciò, i carbonai dovevano verificare che tutto procedesse bene ed in caso contrario intervenivano immediatamente. Quando, ad esempio, si formavano delle fessure (tafuni), bisognava subito ricoprirle di terra (BA: si éa fatto qualche ccrepaccétto jje se bbuttava sópra ’na pala de tèrra). Infatti attraverso queste piccole crepe poteva entrare aria all’interno, con il rischio che la legna bruciasse anziché carbonizzare. Se non si interveniva in tempo le fessure si ingrandivano e la combustione, alimentata dall’aria, poteva prendere il sopravvento. In tal caso bisognava immediatamente sostituire la legna ormai bruciata e ricoprire bene con foglie e terra (PE: se dda ’na parte facéa ’na fessura gròssa bbuttài llà qquattro ramicci, bbuttài la fòjja sópra e cce mettéi la tèrra).

Talvolta per compiere tali operazioni bisognava salire sulle carbonaie, correndo dei seri pericoli. Si doveva allora controllare con attenzione che la superficie sulla quale si appoggiavano i piedi fosse ben solida, altrimenti si rischiava perfino di cadere all’interno I controlli andavano effettuati anche di notte, perciò la vita dei carbonai, in quelle fasi, era davvero molto faticosa. Alcuni facevano un giro verso mezzanotte, poi se tutto era tranquillo si concedevano un po’ di riposo fino alle prime luci dell’alba. Ma altri, per evitare ogni rischio, ripetevano il giro di controllo anche due o tre volte. Il fumo serviva anche a mettere in guardia da eventuali pericoli: quando infatti esso assumeva un colore giallo intenso significava che all’interno della carbonaia si era formato del gas.

Testo tratto da:
“Le voci della memoria. Viaggio da Amelia a Baschi tra parole e cose di ieri”
Sabrina Zappetta

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